LA NATURA DELLA MENTE

LA NATURA DELLA MENTE Nella tradizione buddhista si distingue tra comprensione intellettuale, esperienza instabile, e realizzazione stabile. La comprensione intellettuale, come toppa malamente cucita che prima o poi si stacca, è temporanea.
Perseverando nella pratica potremmo avere un barlume della vera natura della mente, ma si dissolverà come nebbia.
La meta del nostro lavoro è una realizzazione inalterabile, come lo spazio stesso, che per propria natura non cambia mai. Quando cresce la comprensione dell’impermanenza e della natura illusoria della realtà, cominciamo a osservare i fenomeni senza proiettare i nostri falsi preconcetti, con il tempo, arriveremo a riconoscere la consapevolezza aperta e nuda, come la vera natura di noi stessi e dei fenomeni.
Per giungere a questa esperienza di ciò che è naturale, iniziamo con il riconoscere l’impermanenza di ogni azione del corpo, di ogni parola che pronunciamo, di ogni movimento della mente. Ciò addolcisce il nostro atteggiamento verso la realtà; cominciamo a comprendere la verità delle metafore del Buddha che descrivono i fenomeni come illusioni o immagini di sogno, allucinazioni, arcobaleni, apparenti ma non tangibili o corporei, come riflessi della luna sull’acqua, brillanti a nin concreti.
La nostra comprensione ordinaria si basa su preconcetti, che ci sono stati tramandati, e che dipendono dalla modalità di percezione ordinaria.
Ci è stato insegnato a dare un nome alle cose, ad attribuire loro una realtà che non hanno.
La mente ordinaria è molto lineare e scatta da un pensiero all’altro. Possiamo credere che i nostri pensieri formino molte sfaccettature, che creino una sorta di mosaico, ma ci limitiamo a passare con enorme velocità dall’uno all’altro. Tutti i concetti e i pensieri che sorgono nella mente, in pratica la nostra intera esistenza della realtà, non sono molto diversi da un disegno tracciato sulla superficie dell’acqua. Già mentre viene creata, l’immagine non c’è più. La credenza nella solidità dell’esperienza produce in noi attaccamento e avversione.
Comprendere la verità dell’esperienza significa non alimentare più la nostra illusione. Senza attaccamento e avversione, non siamo più confusi dall’alternarsi dei fenomeni.
Nell’apertura naturale, alla fine di un pensiero e prima che sorga il successivo, in quello spazio chiaro della mente c’è consapevolezza.
Anche noi possiamo trasformare rapidamente la mente mantenendo la consapevolezza in tutte le nostre attività. Quando costruiamo qualcosa, siamone mentalmente presenti, presenti a ogni movimento del martello. Non lasciamo che intervengano i pensieri. Quando scriviamo, siamone presenti, presenti a ogni movimento della penna o a ogni battuta dei tasti del computer. Non lasciamo che la mente saltelli qua e là. Quando tagliamo la legna, manteniamo la consapevolezza a ogni colpo dell’ascia. Qualsiasi cosa facciamo, rilassiamo la mente.
Si tratta di dimorare gentilmente nell’apertura, immersi in ciò che sta avvenendo, pienamente presenti, ma allo stesso tempo coscienti dello spettacolo dei fenomeni.
La pratica deve svolgersi costantemente proprio là dove la mente è attiva, là con l’esperienza del desiderio, dell’ira o della felicità, in ogni momento.
Allora la meditazione e il lavoro si uniscono, in una specie di matrimonio.
Attraverso una pratica devota, sviluppiamo la capacità di trasformare le condizioni negative in favorevoli.
Ciò viene definito “portare le avversità nel sentiero”; significa non lasciarsi sviare, fermare o sopraffare dalle circostanze, ma vederle come occasioni di pratica.
L’intero mondo fenomenico, allora, agisce come un maestro che ci permette di sviluppare le nostre capacità nel confrontarci con la vita. Possiamo far si che tutto ciò che ci succede divenga parte del sentiero. Le prove diventano occasioni di pratica, perché ci costringono a sviluppare la pazienza. Impariamo ad accettare con gioia le avversità, perché siamo consapevoli che la sofferenza ci consente di purificare il karma. Ciò no significa che rifiutiamo la felicità; piuttosto, ce ne rallegriamo, dedichiamo il merito agli altri e preghiamo che la loro felicità duri a lungo. Talvolta quando cominciamo a meditare, alle volte ci sembra un’impresa disperata, perché non riusciamo a controllare i nostri pensieri, e anche se ci sembra strano questo è un segno di miglioramento.
La nostra mente è sempre stata indisciplinata, solo che finalmente ce ne rendiamo conto. In passato abbiamo lasciato che vagasse liberamente, seguendo ogni lusso del pensiero. Ma ora che siamo più consapevoli di ciò che avviene nella mente, possiamo cominciare a cambiare.
Possiamo lamentarci che la meditazione non è facile, ma dobbiamo ricordare a noi stessi che stiamo conducendo la nostra mente, come un cavallo selvaggio, nel recinto della consapevolezza.
Le persone trovano molte ragioni per trascurare la pratica spirituale.
Alcuni dicono di non credere negli insegnamenti, altri hanno la sensazione di non essere pronti o di non averne la capacità. Ma è un errore.
Che crediamo o no nel samsara, è qui che ci troviamo.
Che crediamo o no nel karma, lo stiamo creando.
Che crediamo o no nei veleni mentali, essi esistono.
Che vantaggio c'è a non credere nella medicina?
Che siamo pronti o no a praticare, la morte e e le malattie non aspettano. Perché non prepararci?
Perché non sviluppare la capacità di aiutare noi stessi e gli altri?
Siamo disposti a bere un veleno, ma non a prendere la medicina.



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